Dentro la macchina. La trappola quotidiana

Francisco Goya, “Il sonno della ragione genera mostri” (1797)

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Sommario

Ho appena finito di costruire questo sito. Ci ho messo due giorni interi, con l’aiuto di un’intelligenza artificiale come guida e (complicato) tutor, e ho imprecato più che in tutto l’anno precedente.
Non lo scrivo per lamentarmi. Lo scrivo perché credo che la mia esperienza sia comune a milioni di persone, e che quasi tutte si siano arrese pensando di essere loro il problema. Non lo sono.


Fare un sito nel 2026 non è affatto “facile”, anche se te la raccontano così. Il digitale non è l’utopia democratica che ti hanno venduto. E WordPress, che teoricamente dovrebbe incarnare l’idea di accessibilità e autonomia, è diventato l’esempio perfetto della promessa tradita.
Per capire dove siamo arrivati oggi, bisogna prima mettere a fuoco una cosa: non ho fatto un sito complicato. Non ho scritto codice. Non ho messo su un e-commerce con venti automazioni. Ho costruito un sito normale: pagine, blog, menu, qualche personalizzazione grafica. Un lavoro che, in teoria, dovrebbe essere alla portata di chiunque, almeno secondo la retorica ufficiale.
Eppure è stato un inferno.


Quello che ho vissuto in queste quarantotto ore è stata una specie di battaglia contro un sistema che ti dà continuamente l’impressione di essere vicino a funzionare, ma poi ti sfugge di mano proprio quando stai per capirlo. Un sistema che ti illude di essere chiaro e immediato, ma che in realtà è un labirinto di logiche spezzate, interfacce incoerenti, opzioni nascoste, scelte progettuali incomprensibili, e soprattutto: un oceano di “soluzioni” che esistono solo per creare un nuovo problema mentre fingono di risolvere il vecchio.
E qui sta la sostanza: non stai costruendo un sito. Stai attraversando un ecosistema commerciale.

La promessa tradita: “chiunque può creare un sito”

WordPress nasce nel 2003 come strumento semplice per fare blog. Scrivi, pubblichi, fatto. L’idea era davvero rivoluzionaria: portare la scrittura online fuori dal controllo delle piattaforme e dei tecnici. Non a caso, i primi anni del web avevano ancora dentro quel sapore libertario: la rete come spazio di autonomia, di espressione, di comunità. La promessa implicita era ancora quella erede dello spirito cyberpunk: la tecnologia può emanciparti.
Con WordPress questa promessa prende una forma concreta: chiunque può creare un sito senza sapere programmare.


È diventato il CMS più usato al mondo, alimenta circa il 40% dei siti esistenti, e da questo punto di vista è un successo storico. Ma proprio questo successo ha prodotto una mutazione: WordPress non è più un software. È un ambiente. È un mercato. È una economia.
Ed è qui che la promessa si incrina, perché ogni volta che un sistema cresce oltre una certa soglia, smette di essere un “tool” e diventa un “territorio economico”. E un territorio economico, per funzionare, oggi deve avere interessi, confini, rendite. A quel punto, la semplicità non è più un valore. È un ostacolo.
Oggi WordPress non è più lo strumento semplice per fare blog. È un labirinto di trappole monetarie.
Convivono almeno tre sistemi diversi: l’interfaccia classica, l’editor a blocchi Gutenberg, e il Full Site Editing. Ogni tema sceglie quale usare, o li mischia a caso. Passi da un tema all’altro e cambia tutto: non solo l’aspetto, ma la logica stessa di funzionamento. Pannelli che esistevano spariscono. Opzioni che dovrebbero essere ovvie sono nascoste. Niente è intuitivo, niente è continuo, niente è stabile.

La sensazione è che non stai usando uno strumento, stai gestendo una transizione infinita. Stai vivendo dentro un software che non ha mai finito di estrarre da te il valore che vuole estrarre: il percorso è costellato di upselling, di warning-tagliole, di opzioni che sembrano invalicabili senza la scelta di spendere denaro, spesso in subscription, di allerte anti-hacker che ti spingono all’acquisto di protezioni esclusive o di funzioni back-up che in realtà sono già in dotazione con la versione base. Un sistema ingegnerizzato per spillarti denaro come in un casinò. Solo che l’unica vincita promessa è la sopravvivenza.

Il design della frustrazione

C’è un equivoco molto diffuso quando parliamo di tecnologia: pensiamo che i problemi siano dovuti a incompetenza, o a mancanza di risorse, o a bug. Pensiamo che l’interfaccia sia confusa perché “è difficile fare software”. Pensiamo che un’opzione sia nascosta perché qualcuno “non ci ha pensato”.
È un errore.


Nella maggior parte dei casi — e WordPress è un esempio perfetto — l’interfaccia non è confusa per caso. È confusa perché serve al sistema renderla confusa.
WordPress è gratuito, ma l’ecosistema che lo circonda vive di upselling: temi premium, plugin a pagamento, servizi aggiuntivi, abbonamenti, hosting gestiti, builder proprietari, estensioni che promettono di “semplificare” ciò che WordPress stesso ha reso complesso.
La cosa più perversa è questa: la complessità non è un effetto collaterale. È un motore economico.

Se il sistema fosse davvero semplice, non avresti bisogno di comprare altro. Non avresti bisogno di un tema da 69 euro. Non avresti bisogno di un plugin per fare una cosa che dovrebbe essere nativa. Non avresti bisogno di un consulente. Non avresti bisogno di un’agenzia. Non avresti bisogno del “pacchetto premium”. WordPress esiste come piattaforma gratuita, ma il suo valore economico non è nel software. È nella monetizzazione della frustrazione che genera.

E qui entra in gioco una dinamica tipica del digitale contemporaneo: il design della frustrazione. È quella forma di progettazione che non punta a rendere l’esperienza fluida, ma a renderla incompleta. Ti fa arrivare vicino, ti lascia intravedere la possibilità, e poi ti blocca. Ti fa perdere ore, ti fa dubitare di te stesso, ti mette in una condizione emotiva che ti forza inevitabilmente a una scelta: o pagare, o delegare, o abbandonare. Ogni click che non funziona come dovrebbe, ogni pannello che non appare, ogni opzione nascosta in un sottomenu illogico non sono errori. Sono scelte. Il sistema è progettato per farti sentire inadeguato.

La terra di mezzo: la categoria più punita

Il problema più grande, però, non è nemmeno la complessità in sé. È il tipo di persona che viene colpita di più. Perché WordPress non punisce i principianti assoluti. I principianti assoluti prendono un template e usano quello senza porsi domande. Non vedono il problema, o lo vedono fino a un certo punto. Vivono nell’illusione che “va bene così”. Cliccano, pagano, upsellano, riupsellano. E sono pure felici.

WordPress non punisce nemmeno i tecnici. I tecnici hanno strumenti, competenze, e soprattutto hanno già interiorizzato la logica: sanno dove guardare, sanno come aggirare, sanno come riparare.

WordPress punisce chi sta nel mezzo. Chi non vuole accettare un template preconfezionato, ma non è un tecnico. Chi sa cosa vuole, vede cosa non va, ma non ha gli strumenti per risolvere. Chi ha cultura visiva, esperienza, idea di struttura, e quindi non si accontenta.

Sei troppo competente per accontentarti, troppo “artigianale” per un sistema che premia la velocità e il “buono abbastanza”. Vuoi che il tuo sito ti rappresenti davvero — e questo richiede cura, tempo, iterazioni. Ma il sistema non è progettato per la cura. È progettato per il volume. È progettato per il “pubblica subito”. È progettato per la superficialità.

E questa cosa, se ci pensi, è già un fatto filosofico. Perché significa che il digitale non è neutrale: premia una forma di esistenza e ne punisce un’altra. Premia chi si adatta. Punisce chi vuole precisione. Premia chi accetta l’approssimazione. Punisce chi vuole coerenza. Premia chi consuma, chi usa, chi produce in fretta. Punisce chi costruisce con attenzione.

La semplificazione che genera complessità

A questo punto potresti obiettare: “Sì, ma oggi fare un sito è comunque più facile di vent’anni fa”. Certo. Ma qui bisogna distinguere tra due cose: la facilità apparente e la facilità reale. La facilità apparente è quella che ti permette di avere un sito in dieci minuti. Scegli un tema, carichi un logo, cambi due colori, metti due pagine e sei online. Ma questa non è autonomia. La facilità reale è un’altra cosa: è poter costruire un sito che corrisponda alla tua identità, al tuo progetto, alla tua visione, senza essere costretto a diventare un tecnico. È poter fare personalizzazioni senza smarrirti in un dedalo di interfacce, sottomenu, sidebar. È poter intervenire senza entrare in un campo minato. È poter lavorare in modo progressivo e stabile, senza che ogni aggiornamento faccia franare l’intero terreno sotto i piedi. E questa facilità reale non esiste più. La paradossale verità del digitale contemporaneo è che semplifica l’accesso, ma complica la navigazione. Ti fa entrare facilmente, ma non ti lascia governare la nave.

Il mito dell’autonomia: un problema filosofico prima che tecnico

Qui tocchiamo il punto più profondo. Perché la questione non è solo WordPress. WordPress è un sintomo. La questione è il mito della democratizzazione digitale. L’idea che la tecnologia abbia reso tutto accessibile, che abbia abbattuto barriere, che abbia dato strumenti a chi prima non li aveva. È una falsa verità, un inganno ipocrita che solo la società dell’ipocrisia quale è quella liberal made in USA può congegnare in modo così sistematico e diabolico. La tecnologia ha democratizzato l’accesso, ma ha creato nuove dipendenze. Ha dato strumenti, ma li ha resi opachi. Ha reso possibile fare cose, ma ha reso impossibile comprenderne davvero la logica. E questa è una forma di potere. È un potere che non ti vieta. Ti confonde. Non ti proibisce. Ti frammenta. Non ti reprime. Ti fa perdere tempo. E soprattutto: ti fa credere che se non riesci, il problema sei tu. È qui che entra l’aspetto più psicologico e anche più politico: la colpa interiorizzata.

Non sei tu il problema

Se hai provato a fare un sito e ti sei arreso pensando di essere stupido, sappi questo: non sei tu. È il sistema. È un sistema che promette autonomia ma genera dipendenza. Che promette semplicità ma produce complicazione per ingannarti. Che promette democratizzazione ma crea barriere. Io ce l’ho fatta, ma solo perché avevo un’AI che mi guidava passo passo, ore di tempo da sacrificare, trent’anni di esperienza con il digitale e una testardaggine patologica. Senza questi quattro elementi, avrei mollato anche io. La mia testardaggine non è un vanto, ma un supplizio: non è normale infatti dover essere “testardi” per fare una cosa che dovrebbe essere semplice. Se serve testardaggine, significa che lo strumento non è uno strumento. È una prova di resistenza. E questo non è un dettaglio tecnico: è un’indicazione strutturale.

L’inganno del click: l’illusione dell’accessibilità

Questo post è il primo di una serie che voglio dedicare a quello che chiamo “l’inganno del click”. L’idea che il digitale sia facile, democratico, accessibile. Che “basta cliccare”. Che “ci sono i tutorial”. Che “ormai è tutto semplice”. Non lo è.
Il digitale è un territorio minato, progettato per estrarre valore da te: il tuo tempo, la tua attenzione, i tuoi soldi, la tua frustrazione. E questa estrazione non è un effetto collaterale. È il modello economico del sistema.
Ogni sistema digitale di massa è costruito attorno a questa logica: darti abbastanza per iniziare, ma non abbastanza per essere libero. Perché se fossi davvero libero, non saresti monetizzabile.
Nel mondo analogico la dipendenza nasceva dall’ignoranza. Non sapevi fare una cosa, quindi dipendevi da chi la sapeva fare. Nel mondo digitale la dipendenza nasce dall’opacità. Tu puoi fare, ma non capisci perché funziona. Non capisci dove si trova. Non capisci cosa succede quando tocchi un’opzione. Non capisci perché un tema ha una certa struttura e un altro no. Non capisci perché un plugin rompe tutto. Non capisci perché un aggiornamento ti cambia una cosa che ieri funzionava. E quindi stai lì. Insisti. Imprechi. Provi, riprovi. Impieghi ore e ore e altre ore. E paradossalmente, perfino il tuo restare intrappolato sulla piattaforma diventa un valore. Da qualche parte ci sarà un analista che, davanti a un foglio Excel, potrà vantare con soddisfazione un +2% di User Friction Engagement e un +3,1% di User Confusion Time-on-Platform nel Q3.

Perché non ho delegato

A questo punto arriva la domanda inevitabile: perché l’ho fatto? Perché non ho delegato? Perché non ho pagato qualcuno? La risposta più onesta non è “perché sono testardo”, o “perché volevo risparmiare”. È che, per me, un sito personale non è una risorsa di marketing, non è un funnel, non è una vetrina neutra in cui infilare contenuti. È una forma di identità editoriale. È una voce. È un’estensione del mio lavoro e della mia ricerca.

E questo, nel mondo digitale contemporaneo, è già un problema. Perché tutto il sistema è costruito per spingerti nella direzione opposta: appiattimento, velocizzazione, standardizzazione. Il digitale premia il “buono abbastanza”, il “pubblica subito”, la ripetibilità, la serialità. È un ecosistema pensato per volumi, non per sfumature. E quando tu chiedi sfumature, quando chiedi dettagli, quando chiedi una coerenza che non sia solo grafica ma di linguaggio e di pensiero, allora diventi un’anomalia.

Delegare un sito, in questo contesto, è come delegare la copertina di un libro senza discuterla. È come delegare una collana editoriale a qualcuno che non ne ha una visione, non ne sente il respiro, non ha nessun interesse reale a capire perché una parola è più giusta di un’altra, perché un dettaglio è decisivo, perché una pagina deve “suonare” in un certo modo. Puoi farlo, certo. Ma poi perdi tutto il senso.

Il vero punto, infatti, non è “avere un sito”. È poterlo modificare nel tempo, svilupparlo, usarlo come strumento vivo. È poter intervenire sul tono, sul ritmo, sulle scelte linguistiche, sui dettagli grafici che non sono decorazione, ma forma della voce. Perché un sito personale non è un oggetto finito: è un organismo. Cambia con te. Si affina con te. Ti somiglia sempre di più, se lo lavori come si lavora un testo, una collana, una visione.

Il problema della delega

E qui si innesta l’altra questione, quella più concreta e più amara: la delega, in questi casi, non è davvero possibile. Io ho lavorato con decine di programmatori. Ho preparato documenti dettagliati, guide, tutorial passo passo, persino storyboard, come se stessi dirigendo un film. Ho spiegato esattamente cosa volevo e perché lo volevo. Ma quasi sempre succede la stessa cosa: la persona che hai davanti prende il materiale, non lo guarda neanche e fa quello che le pare. A volte per incompetenza, più spesso per indifferenza. E ancora più spesso per una ragione strutturale: perché deve economizzare il suo tempo rispetto al committente. Perché il suo modello mentale è: “devo consegnare”, non “devo capire”. Il suo obiettivo è chiudere il ticket, non capire lo spirito di quello che sta facendo.

Il risultato è che la delega diventa una trattativa continua, una negoziazione logorante, una serie infinita di correzioni che non arrivano mai al punto, o arrivano con tempi incompatibili con la vita reale di un progetto. Tu chiedi una modifica, aspetti giorni o settimane. La modifica arriva, ma non è quella. Lo fai notare, chiedi di correggere. La correzione non viene fatta, o viene fatta male, o viene fatta in un altro punto, o rompe qualcos’altro. A un certo punto ti rendi conto che il processo non sta producendo un sito migliore: sta producendo la tua adattabilità ai limiti del fornitore.

Ed è qui che si svela la vera dinamica: alla fine sei tu che ti abbassi. Sei tu che riduci l’ambizione. Sei tu che accetti un compromesso non perché sia giusto, ma perché è l’unico modo per chiudere la faccenda. E paradossalmente questo è esattamente ciò che il digitale contemporaneo fa a tutti: ti porta a scegliere non ciò che vuoi, ma ciò che il sistema ti rende praticabile.

La doppia trappola

In questo senso, la mia battaglia con WordPress è una trappola doppia. Da una parte c’è la trappola del sistema: l’interfaccia progettata per confondere, frammentare, spingere verso la dipendenza. Dall’altra c’è la trappola dell’impossibilità reale della delega, quando ciò che stai costruendo non è un prodotto standard ma un luogo personale, un’estensione della tua identità.

E se sei in questa posizione intermedia — troppo competente per accontentarti, troppo artigianale per industrializzare, troppo esigente per un mercato che vive di velocità — allora ti trovi in un paradosso: non puoi delegare perché nessuno può rappresentarti davvero, e non puoi fare da solo perché il sistema è costruito per scoraggiarti.

Questo è un punto che posso toccare proprio perché sono una figura anomala nel panorama contemporaneo. Sono ancora un editore artigianale: lavoro singolarmente su ogni prodotto o contenuto – lo sto facendo anche per questo post –, lo penso, penso ai dettagli, lavoro sulla forma e sulla coerenza del progetto. Ma allo stesso tempo ho esigenze imprenditore, e anche esigenze personali da filosofo: ho un’idea precisa di ciò che voglio e di ciò che non voglio. E proprio questo mi mette in conflitto con un ecosistema che premia la semplificazione, l’omologazione e l’approssimazione.

Ecco perché l’ho fatto. Non perché mi piaccia soffrire, ma perché questa battaglia, nel microcosmo, è la battaglia della sovranità personale nel digitale. Il punto non è “combattere o non combattere”. Il punto è che se non combatti, se deleghi al sistema, stai cedendo pezzi di identità. Stai accettando che la tua voce venga tradotta in qualcosa di più piatto, più “average”, più generico. Stai accettando che la forma della tua presenza online sia determinata da un sistema di ingegneria comportamentale che non ha nulla a che fare con ciò che sei. E io, questo, finché riesco, non voglio accettarlo.

L’utopia spenta, la domanda accesa

Eppure, dopo tutto questo, resta una domanda che non posso evitare. Io ho scelto di attraversare il labirinto, di non delegare, di non cedere – perlomeno non completamente, perché non cedere del tutto è praticamente impossibile. Ma questo non basta a trasformare la mia esperienza in una soluzione, né a farmi credere che esista un’uscita semplice. Perché, se guardo il quadro più grande, quello che emerge non è solo un problema di WordPress, o di interfacce mal progettate. È un problema storico. È un problema epocale.
E allora mi chiedo se esista ancora spazio per questo tipo di approccio. Se esista ancora spazio per una forma di artigianalità digitale, per una costruzione lenta, deliberata, personale, in un ambiente che sembra fatto per cancellare proprio la possibilità stessa di un’idea di distinzione personale.
Non so se c’è ancora spazio per quella che, in fondo, è stata la vera anima dell’utopia cyberpunk: l’idea che la tecnologia possa essere usata per liberarci, non per imprigionarci. L’idea che il digitale possa essere una leva di autonomia, un amplificatore dell’individualità, una possibilità di creare mondi paralleli, non una macchina di standardizzazione e cattura.
Oggi, al contrario, l’apparato di cattura è in azione in maniera evidente. Ha un’architettura, una logica economica, una psicologia. Ha tappe precise. E io sto cercando di ricostruirle, una per una, perché mi sembra che la vera questione non sia “come fare un sito”, ma cosa è diventata la rete. Cosa è diventato il pensiero. Cosa è diventata la libertà nel momento in cui ogni spazio digitale è progettato per estrarre valore, ridurre l’autonomia e trasformare la frustrazione in profitto.
Non so se esista una risposta. Sinceramente non lo so.

Cercare la maglia nella rete

Mi viene in mente Mark Fisher e il suo Realismo capitalista. Fisher è stato uno degli ultimi pensatori capaci di portare ancora dentro di sé perlomeno un residuo della promessa cyberpunk: l’idea che la tecnologia — in tutte le sue forme, artistiche, musicali, comunicative, sociali, politiche — potesse ancora essere una forza di liberazione, o almeno una crepa nel sistema: la tecnologia come strumento per immaginare una vita diversa, non ancora codificata.
Eppure Realismo capitalista sembra il requiem di quella speranza. Sembra il libro che certifica la chiusura dell’orizzonte. L’idea che non sia più possibile pensare un “fuori”, e che ogni innovazione finisca per essere riassorbita come carburante del sistema stesso. Anche la ribellione, anche la differenza, anche il desiderio di autonomia diventano contenuto, stile, monetizzazione. Tutto viene catturato.
E quindi la mia battaglia con WordPress, nel suo piccolo, è solo una micro-espressione di questa verità più grande: non stiamo più usando i dispositivi, siamo usati dai dispositivi. E i dispositivi non sono neutri: orientano, indirizzano, spingono. Ci rendono più veloci, più approssimativi, più reattivi, più ansiogeni, più dipendenti. Ci rubano il tempo e monetizzano la nostra anima.
Questa riflessione potrebbe sembrare amara, e io detesto lo sconfittismo. Continuo a pensare che una soluzione ci debba essere. Non so quale sia, ma ci deve essere. Montale parlava di “una maglia nella rete che ci stringe”: un punto debole, una fessura, un varco minimo. È un’immagine che oggi sembra scritta apposta per il digitale, per questa trama di dispositivi e dipendenze che ci soffoca mentre ci promette libertà.
Però, se la soluzione non l’abbiamo trovata non significa che non esista. E anche se non esistesse, questa non sarebbe una buona scusa per smettere di cercarla. Perché l’accettazione diventa abitudine, l’abitudine diventa stile di vita, e lo stile di vita diventa il consenso alla prigionia. Diventiamo prigionieri del sistema e carcerieri di noi stessi. E il sistema carcerario digitale conta proprio su questo: sul momento in cui smetti di insistere, smetti di domandare, smetti di voler capire.

«E ti prendono in giro se continui a cercarla
ma non darti per vinto perché
chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te.
Di te. Di te.»

— Edoardo Bennato